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Racconto di un'esperienza in Scozia

Riccardo Martinelli (docente di riferimento: Gloria Falsone)

Da quasi un anno ormai si è conclusa la mia esperienza di tirocinio in Scozia. E' quasi strano aver accettato di scrivere al riguardo, ma ogniqualvolta mi viene chiesto di parlare di quel periodo, non posso fare altro che sorridere e accettare.
Intendiamoci, è stato difficile. Davvero difficile. Trovarsi per la prima volta, da solo e “in terra straniera”, ad affrontare il mondo del lavoro è stato molto più complicato di quanto avrei mai potuto immaginare. E forse proprio per questo mi interessa scrivere a riguardo, concentrandomi su ciò che mi ha colpito di più.
Come tirocinante, mi sono aggregato alla professoressa Clare Wilson dell’Università di Stirling. Il progetto principale riguardava la rilevazione del Cesio137 tramite spettrometria a raggi gamma per mappare l’erosione in alcuni siti vicino a Glasgow. L’ottica era (ed è) la protezione del patrimonio archeologico. Nella fattispecie, si parlava del Vallo di Antonino, un’antica fortificazione romana che, ad oggi, si trova perlopiù sepolta al di sotto di campi coltivati. Contemporaneamente, la professoressa stava portando avanti un progetto per certi versi simile: lo studio del terreno in un glen - una vallata lunga e stretta, di origine glaciale - poco distante dall’università, il Menstrie Glen, coltivato fino agli inizi del secolo scorso. A queste due attività principali se ne sono aggiunte altre “minori”, per così dire.
La prima cosa che mi ha colpito, e della quale sono anche molto grato, è l’essere stato messo immediatamente al lavoro. Dopo il consueto tour di orientamento e presentazione del Dipartimento di Scienze Biologiche e Ambientali dell’università, mi sono ritrovato seduto alla scrivania che mi avrebbe ospitato per i tre mesi successivi. E già in quel momento avevo qualcosa da fare. La professoressa, infatti, mi aveva fornito un breve compendio sul Vallo di Antonino, un libro con un capitolo che trattava dell’uso antico del Menstrie Glen e tre articoli sull’applicazione della spettrometria gamma alla mappatura dell’erosione. Il lavoro, ovviamente, non si è limitato allo stare seduto a leggere. Al contrario, sin dal secondo giorno la professoressa mi ha coinvolto in attività tanto di laboratorio quanto di campo. Queste variavano dalla preparazione di campioni di suolo per le analisi, alla descrizione di profili di suolo, a rilievi sul campo e ad altro ancora. Ogni volta che completavo un compito ce n’era un altro ad aspettarmi, anche non strettamente legato al mio tirocinio. Ho visto, fatto e imparato molto più di quanto avrei potuto immaginare e sono sicuro che questo sia avvenuto anche grazie al metodo che la prof Wilson ha usato con me. Niente di complicato: mi veniva spiegato cosa dovessi fare e come, per poi lasciarmi a farlo. Nonostante la professoressa o i tecnici di laboratorio rimanessero a disposizione per ogni tipo di domanda o dubbio, ho potuto in gran parte sviluppare un mio modo di affrontare e organizzare il lavoro, che è probabilmente il regalo più prezioso di questa esperienza.
Ho visto questo stesso tipo di approccio applicato anche con altri studenti, sia in laboratorio sia durante le esercitazioni curricolari. Ho avuto anche occasione di parlare con la professoressa Wilson riguardo all’organizzazione dei corsi, alle lezioni e agli esami. In buona sostanza, la differenza principale con gli studenti italiani è il maggior numero di esperienze pratiche, corredate da relazioni poi valutate dai professori. Trovo, anche se posso parlarne solo a livello teorico, che questa organizzazione spinga maggiormente gli studenti all’interesse e all’analisi critica di una qualunque materia, invece che al mero apprendimento di una nozione. Alla fine, il motivo principale per cui ho deciso di affrontare un tirocinio all’estero riguardo alla pedologia - lo studio del suolo - è stata proprio una delle poche esercitazioni del triennio, che mi aveva lasciato con il desiderio di approfondire maggiormente quella materia. Per farla breve, quello che mi è rimasto impresso è la maggiore partecipazione pratica degli studenti. Ciò si manifesta anche nella possibilità che tutti loro hanno di affiancare i professori nelle loro attività di ricerca in una sorta di tirocinio volontario. È qualcosa che non avevo mai sentito né visto in un’università e, se questo è per una mia mancanza me ne pento profondamente, perché ragionare sulle proprie conoscenze e, perché no, acquisire abilità che potranno essere utili in futuro è quanto di più soddisfacente si possa immaginare, almeno per me.
Spero davvero di non suonare troppo retorico. Ci tenevo solo a sottolineare i lati positivi di questa esperienza. Ci sono stati, come è naturale, momenti di difficoltà, ma in fondo credo di essere tornato cresciuto, o almeno lo spero. Sono grato di essermi potuto imbarcare in questa “avventura” e spero di aver occasione di replicarla in futuro. Mentre parlavamo, la prof Wilson mi ha detto che, nonostante molti entrino all’università con questa idea, è davvero difficile convincere i ragazzi a partire per un’esperienza all’estero. Il mio consiglio è, semplicemente, di provarci.
Ne vale la pena. Davvero.